Sui viaggi e sulle (ri)scoperte

Pubblicato il da EvaKendall

Luglio 2003. A quasi 18 anni, oppressa dal caldo più asfissiante che abbia mai sentito in vita mia, mi preparavo ad affrontare il primo viaggio all'estero "indipendente" (laddove avevo già viaggiato/campeggiato/cazzeggiato su e giù per l'Italia senza la supervisione di mamma&pap;à, ma un viaggio Oltremanica è ben altra faccenda). La scelta della mèta è ricaduta su Londra (immagino che non sia stata una scelta molto originale). La partenza fu degna di un gruppo di profughi esiliati: vestiti già ammappuciati, sporchi in partenza, grandi zaini sulle spalle. L'arrivo degno delle nostre finanze e della nostra giovane età: viaggio estenuante, pensione lurida, prima cena in loco a base di Yorkie. Appurato che i gigolò-spacciatori che stanziavano stabilmente alle porte del nostro alloggio non ci avrebbero accoppato al nostro primo manifesto segno di distrazione,la vacanza è cominciata. Ai miei occhi adolescenti è sembrata la città più bella, più incredibile che potesse esistere sulla faccia della Terra. Tutto riusciva ad eccitarmi, a farmi spalancare gli occhi colmi di stupore.Dal groviglio di linee della metro al mercato di Portobello,passando per le tombe di Westminster e la torta al cioccolato di Pizza Hut. Abbiamo conosciuto una miriade di ragazzi e ragazze, visi puliti ed entusiasti come i nostri, con gli stessi portafogli terribilmente vuoti, con cui era bello dividere una birra o un panino; facce che sono andate lentamente scolorendo nella memoria, che ogni tanto riaffiorano e ti vien da pensare "Chissà..". Nora ed io abbiamo progettato di tornarci, una volta finito il liceo, per restarci un anno, forse due, forse tutta la vita. Fatto sta che Londra, nella mia classifica di gradimento immaginaria, negli anni a venire è stata scalzata da una buona decina di città (per motivi, ovviamente, sempre diversi). E che da quel lontano 2003 non ci ho mai più rimesso piede.
La prima cosa tipically english che ricordo di aver mangiato sul suolo inglese (yorkie a parte) è stato un classico abbinamento Tea&Scones; a Gloucester Road. Gli scones avevano un profumo che mi ricordava le scuole elementari e i biscottoni da latte che mia nonna mi preparava, erano delicati e morbidi, il sapore perfetto per me che non ho mai amato i dolci zuccherosi. Da allora è stato tutto un andar a caccia di scones con l'uvetta in giro per l'Europa, un tentativo dopo l'altro di produrne "home made". Risultati: sì buoni, sì simpatici, ma quel sapore a Gloucester Road... Quando ormai ero rassegnata all'idea che gli scones di Londra fossero un po' parenti alle madeleines di proustiana memoria, quasi dieci anni dopo, ho mangiato di nuovo degli scones all'uvetta morbidi e profumatissimi. Stavolta a New York. Tornata nel Vecchio Mondo, non ho potuto fare a meno di prepararli (il sapore,ovviamente, non era quello della Grande Mela, ma stavolta c'ero preparata). farina: 500gr latte: 250ml burro: 130 gr uvetta 180g un uovo lievito per dolci in polvere:2 cucchiai abbondanti zucchero 2 cucchiai un pizzico di sale Setacciate la farina, mettetela in una ciotola insieme al lievito, allo zucchero e al sale e mescolare. Mettete nella ciotola anche il burro a pezzetti e incorporarlo agli ingredienti secchi. Aggiungete l’uvetta. Versare il latte al centro e dell'impasto e mescolare. Lavorate con le mani. Infarinate un piano da lavoro, stendete l'impasto in una sfoglia abbastanza spessa (3/4 cm). Formate gli scones incidendo la sfoglia con un tagliapasta circolare. Mettere i dischetti su una teglia, lasciando un po' di spazio tra gli uni e gli altri. Spennellate con l'uovo sbattuto. Fate cuocere a 200°C per 15-20 minuti. Servite caldi, tiepidi o freddi con della marmellata (a me piace di arance)

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